Una madre unica e come
tante altre.
Considerazioni antropologiche sull’iconografia di
Lourdes.
Mia madre, che oggi non c’è più, non ha viaggiato
all’estero. Molto in Italia e qualche volta in
Svizzera per risparmiare sulle sigarette, ma à l’étranger
soltanto un viaggio a Lourdes, complice il poco di
francese che sapeva. Per pagarsi quel viaggio ha
cucito le sottane di tutte le suore di Santa Corona,
in Pietra Ligure, perché costava portarci la
Franchina, ricoverata lì, a fare la sua Prima
Comunione e anche la Cresima, già che c’era. Donna
indipendente e laboriosa sino all’inverosimile, di
fede semplice seppure discontinua, pregare pregava
raramente, ma io sapevo che ogni punto che cuciva
era la sua preghiera profonda e vera. Stava alla
larga da bigotti e baciapile, ma nei miracoli, come
Fellini, ci credeva. Certezza inossidabile che, per
sua figlia, nel ‘57 l’ha spinta a Lourdes. A mia
madre, severa, coraggiosa e solidale maestra della
vita, va il mio ricordo e la mia gratitudine per
quell’insolito, duro e lungo viaggio su un treno
bianco carico di sofferenza incomprensibile ai miei
occhi di bambina. La cui memoria si è riaccesa
all’improvviso, con il calore di un affetto
inestinguibile, di fronte alla raccolta
straordinaria di materiali iconografici, di oggetti,
di testimonianze di culto e devozione alla Madonna
di Lourdes, esposta nei grandi locali del Comune di
Conzano nel 2008 per iniziativa di Emanuele Demaria
e Stefano Mesturini, e riproposta oggi nel 2012 con
materiali che ne arricchiscono la varietà e i
contenuti.
Si potrebbe proporne una lettura colta in chiave
demo-etno-antropologica, sociologica, religiosa,
psicoanalitica o altro ancora; ma il suo primo
livello di lettura, il più accessibile, è il livello
estetico e artistico: di fronte a una raccolta così
completa, è facile vedere il farsi storico degli
stili iconografici e rappresentativi, il cambiamento
espressivo e tecnologico che percorre un secolo e
mezzo di simboli del sacro. Dalle preziosità dei
pizzi in carta che decorano le immaginette
nell’Ottocento, alle raffinatezze Liberty e Déco,
sino alle plastiche e alle tecnologie dei giorni
nostri. A uno sguardo naïf o pieno di pregiudizi,
quest’incredibile collezione di immagini e di
oggetti può apparire come un trionfo del kitsch
attraverso il tempo. A uno sguardo più acuto e
coltivato essa, invece, rivela che sovente il kitsch
confina col sublime letteralmente: perché il ricordo
di un luogo in cui si va a cercare una risposta a
quanto è inaccettabile, a placare il dolore e
l’incredulità per ciò che la ragione non sa
spiegare, dove per quanto sopraffatti dall’assenza
di senso delle cose si cerca un modo nuovo di
sentire, rappresenta il sub limen, ossia la soglia
che la coscienza varca quando capisce che il dolore
è la radice di ogni differenza e identità, che la
coscienza della fragilità è ciò che rende uguali,
che prima o poi la vita obbliga tutti a
inginocchiarsi, per cui tanto vale farlo insieme
agli altri solidalmente. Questo è l’aspetto che vede
solamente chi ha occhi per andar oltre le apparenze,
si tratti di credenti o non credenti. Le icone della
devozione popolare testimoniano il valore
antropologico di un’altra verità: il dolore che non
può essere spiegato, può solo essere condiviso e
“partecipato”, magari in un viaggio di cui si trova
il senso quando il tempo restituisce a modo suo
quello che ha tolto.
Questa mostra è un piccolo tesoro custodito tra le
pieghe dell’arte, un archivio di lacrime e di fede
nel “deus absconditus” che c’è in tutte le vite,
deposto nelle mani di una Madre unica e grande, da
cui si spera di ricevere carezze che acquietino le
angosce o un sorriso che riconsegni a una speranza.
Questa mostra sa dire in molti modi che esiste un
viaggio che insegna a tutti e insegna sempre che
anche di fronte alle più grandi sofferenze, il cuore
può trovare la sua pace se la via è giusta. Questa
mostra rende palese un’esperienza molto comune: dice
che il pianto è un modo di pregare, che si pianga
nelle corsie di un ospedale, sopra un barcone pieno
di fuggitivi, di fronte a una grotta o nelle proprie
case. Perché ogni lacrima lava le ferite che fan
soffrire l’anima, perché le lacrime custodiscono il
mistero di un cammino interiore sovente
irreversibile, perché consegnano alla consapevolezza
che là dove si soffre è suolo sacro.
E dice anche che sull’archivio delle lacrime si può
e si deve costruire tenerezza, gioia di vivere e
umanità più grande.
Francesca F. Pregnolato
Un’iniziativa
splendida...
Una mostra che presenta oggetti che si riferiscono
alla Madonna di Lourdes, al Santuario, al
pellegrinaggio, alla devozione semplice ed umile di
tante persone...; una iniziativa splendida e davvero
encomiabile! Però, qualcuno forse si chiederà, cosa
c’entra tutto questo con la realtà dura in cui ci
troviamo a vivere, con i grandi e gravi problemi con
cui tantissime persone sono quotidianamente
confrontate?
Penso che il linguaggio umile e semplice di questi
oggetti ci parli, anche in questi nostri tempi,
anche in mezzo alle tante difficoltà. Sì, questi
piccoli e poveri oggetti costituiscono l’espressione
visiva della implorazione, del ringraziamento; in
essi la preghiera si fa immagine e diviene autentica
e plastica espressione del linguaggio orante,
sincero ed intriso di tanta umanità.
E poi, Lourdes è quel miracolo permanente dove
l’amore che si fa concreta attenzione verso i malati
ed i sofferenti guarisce tutti dalla “durezza di
cuore”...
Cose piccole, cose semplici, cose umili, certo...
Eppure sono convinto che essi siano dotate di una
sorta di “insostenibile leggerezza”..., capace di
esprimere e rendere presente una “resistenza” alla
dis-umanità.
+ Alceste Catella
Vescovo Diocesi Casale Monferratoo
Lourdes, l’ineluttabile
fascino di uno spirito... inspiegabile
Trentotto anni fa ho affrontato il mio primo viaggio
a Lourdes. Quanta ansia, quanta paura di non essere
all’altezza!
E da subito, ho sentito che... sarei tornata. È
stato così, anno dopo anno, anzi più volte all’anno
e nei modi più diversi in cui il servizio poteva
prendere forma, dallo stage al pellegrinaggio.
Ad ogni partenza lo stesso entusiasmo, ad ogni
arrivo là, la stessa gioia di esserci.
In tutti questi anni ho visto trasformarsi le forme
e i modi di essere a Lourdes. Le divise, le
strutture, gli usi liturgici..., a breve persino le
piscine, inamovibili dal 1800, cambieranno di
struttura e collocazione.
Ma c’è qualcosa che non è cambiato, che non cambia e
che non cambierà. Mai. Io la chiamo “l’aria di
Lourdes” (il profumo di Lourdes?)
È quello spirito, quel clima, persino quell’odore,
quel senso di appartenenza e, inesorabile, la
sensazione di “essere a casa”, ogni volta che
arriviamo davanti a quella Grotta.
O che ci sfiora il sorriso di un malato, o che ci
culliamo nel rumore dolce e familiare del fiume Gave
che scorre mentre recitiamo il rosario nella
“prateria”.
Diciamolo: da qui alla retorica il passo è breve e
assai facile. Perché per noi “lourdiani” queste sono
sensazioni condivise, ripetute e così intense, che
fanno da collante tra noi, senza alcun bisogno di
spiegarle. Paiono persino ovvie, tanto ormai sono
parte della nostra vita.
Per chi non ha questa esperienza, tradurre questo
“sentire” è difficilissimo, col rischio di scadere
nell’enfasi o nella esaltazione mistica.
Da tempo, se qualcuno mi chiede di spiegare cosa è
Lourdes... io rispondo che per capirlo, basta
andarci. E ognuno avrà la propria risposta.
La mostra di Stefano Mesturini è come vedere Lourdes
attraverso un caleidoscopio: schegge pillole,
simboli, segni e ricordi dei mille aspetti che
compongono questa inspiegabile eppure straordinaria
e per me irrinunciabile realtà.
Maria Ausilia
Dama OFTAL - Hospitalier N.D.L.nte.

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