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Appuntamenti

Souvenir - Ricordini, oggetti di un viaggio a Lourdes - 11 febbraio -  4 marzo 2012 in Villa Vidua - Conzano


Una madre unica e come tante altre.
Considerazioni antropologiche sull’iconografia di Lourdes.


Mia madre, che oggi non c’è più, non ha viaggiato all’estero. Molto in Italia e qualche volta in Svizzera per risparmiare sulle sigarette, ma à l’étranger soltanto un viaggio a Lourdes, complice il poco di francese che sapeva. Per pagarsi quel viaggio ha cucito le sottane di tutte le suore di Santa Corona, in Pietra Ligure, perché costava portarci la Franchina, ricoverata lì, a fare la sua Prima Comunione e anche la Cresima, già che c’era. Donna indipendente e laboriosa sino all’inverosimile, di fede semplice seppure discontinua, pregare pregava raramente, ma io sapevo che ogni punto che cuciva era la sua preghiera profonda e vera. Stava alla larga da bigotti e baciapile, ma nei miracoli, come Fellini, ci credeva. Certezza inossidabile che, per sua figlia, nel ‘57 l’ha spinta a Lourdes. A mia madre, severa, coraggiosa e solidale maestra della vita, va il mio ricordo e la mia gratitudine per quell’insolito, duro e lungo viaggio su un treno bianco carico di sofferenza incomprensibile ai miei occhi di bambina. La cui memoria si è riaccesa all’improvviso, con il calore di un affetto inestinguibile, di fronte alla raccolta straordinaria di materiali iconografici, di oggetti, di testimonianze di culto e devozione alla Madonna di Lourdes, esposta nei grandi locali del Comune di Conzano nel 2008 per iniziativa di Emanuele Demaria e Stefano Mesturini, e riproposta oggi nel 2012 con materiali che ne arricchiscono la varietà e i contenuti.
Si potrebbe proporne una lettura colta in chiave demo-etno-antropologica, sociologica, religiosa, psicoanalitica o altro ancora; ma il suo primo livello di lettura, il più accessibile, è il livello estetico e artistico: di fronte a una raccolta così completa, è facile vedere il farsi storico degli stili iconografici e rappresentativi, il cambiamento espressivo e tecnologico che percorre un secolo e mezzo di simboli del sacro. Dalle preziosità dei pizzi in carta che decorano le immaginette nell’Ottocento, alle raffinatezze Liberty e Déco, sino alle plastiche e alle tecnologie dei giorni nostri. A uno sguardo naïf o pieno di pregiudizi, quest’incredibile collezione di immagini e di oggetti può apparire come un trionfo del kitsch attraverso il tempo. A uno sguardo più acuto e coltivato essa, invece, rivela che sovente il kitsch confina col sublime letteralmente: perché il ricordo di un luogo in cui si va a cercare una risposta a quanto è inaccettabile, a placare il dolore e l’incredulità per ciò che la ragione non sa spiegare, dove per quanto sopraffatti dall’assenza di senso delle cose si cerca un modo nuovo di sentire, rappresenta il sub limen, ossia la soglia che la coscienza varca quando capisce che il dolore è la radice di ogni differenza e identità, che la coscienza della fragilità è ciò che rende uguali, che prima o poi la vita obbliga tutti a inginocchiarsi, per cui tanto vale farlo insieme agli altri solidalmente. Questo è l’aspetto che vede solamente chi ha occhi per andar oltre le apparenze, si tratti di credenti o non credenti. Le icone della devozione popolare testimoniano il valore antropologico di un’altra verità: il dolore che non può essere spiegato, può solo essere condiviso e “partecipato”, magari in un viaggio di cui si trova il senso quando il tempo restituisce a modo suo quello che ha tolto.
Questa mostra è un piccolo tesoro custodito tra le pieghe dell’arte, un archivio di lacrime e di fede nel “deus absconditus” che c’è in tutte le vite, deposto nelle mani di una Madre unica e grande, da cui si spera di ricevere carezze che acquietino le angosce o un sorriso che riconsegni a una speranza. Questa mostra sa dire in molti modi che esiste un viaggio che insegna a tutti e insegna sempre che anche di fronte alle più grandi sofferenze, il cuore può trovare la sua pace se la via è giusta. Questa mostra rende palese un’esperienza molto comune: dice che il pianto è un modo di pregare, che si pianga nelle corsie di un ospedale, sopra un barcone pieno di fuggitivi, di fronte a una grotta o nelle proprie case. Perché ogni lacrima lava le ferite che fan soffrire l’anima, perché le lacrime custodiscono il mistero di un cammino interiore sovente irreversibile, perché consegnano alla consapevolezza che là dove si soffre è suolo sacro.
E dice anche che sull’archivio delle lacrime si può e si deve costruire tenerezza, gioia di vivere e umanità più grande.

Francesca F. Pregnolato

Un’iniziativa splendida...

Una mostra che presenta oggetti che si riferiscono alla Madonna di Lourdes, al Santuario, al pellegrinaggio, alla devozione semplice ed umile di tante persone...; una iniziativa splendida e davvero encomiabile! Però, qualcuno forse si chiederà, cosa c’entra tutto questo con la realtà dura in cui ci troviamo a vivere, con i grandi e gravi problemi con cui tantissime persone sono quotidianamente confrontate?
Penso che il linguaggio umile e semplice di questi oggetti ci parli, anche in questi nostri tempi, anche in mezzo alle tante difficoltà. Sì, questi piccoli e poveri oggetti costituiscono l’espressione visiva della implorazione, del ringraziamento; in essi la preghiera si fa immagine e diviene autentica e plastica espressione del linguaggio orante, sincero ed intriso di tanta umanità.
E poi, Lourdes è quel miracolo permanente dove l’amore che si fa concreta attenzione verso i malati ed i sofferenti guarisce tutti dalla “durezza di cuore”...
Cose piccole, cose semplici, cose umili, certo... Eppure sono convinto che essi siano dotate di una sorta di “insostenibile leggerezza”..., capace di esprimere e rendere presente una “resistenza” alla dis-umanità.
+ Alceste Catella
Vescovo Diocesi Casale Monferratoo


Lourdes, l’ineluttabile fascino di uno spirito... inspiegabile

Trentotto anni fa ho affrontato il mio primo viaggio a Lourdes. Quanta ansia, quanta paura di non essere all’altezza!
E da subito, ho sentito che... sarei tornata. È stato così, anno dopo anno, anzi più volte all’anno e nei modi più diversi in cui il servizio poteva prendere forma, dallo stage al pellegrinaggio.
Ad ogni partenza lo stesso entusiasmo, ad ogni arrivo là, la stessa gioia di esserci.
In tutti questi anni ho visto trasformarsi le forme e i modi di essere a Lourdes. Le divise, le strutture, gli usi liturgici..., a breve persino le piscine, inamovibili dal 1800, cambieranno di struttura e collocazione.
Ma c’è qualcosa che non è cambiato, che non cambia e che non cambierà. Mai. Io la chiamo “l’aria di Lourdes” (il profumo di Lourdes?)
È quello spirito, quel clima, persino quell’odore, quel senso di appartenenza e, inesorabile, la sensazione di “essere a casa”, ogni volta che arriviamo davanti a quella Grotta.
O che ci sfiora il sorriso di un malato, o che ci culliamo nel rumore dolce e familiare del fiume Gave che scorre mentre recitiamo il rosario nella “prateria”.
Diciamolo: da qui alla retorica il passo è breve e assai facile. Perché per noi “lourdiani” queste sono sensazioni condivise, ripetute e così intense, che fanno da collante tra noi, senza alcun bisogno di spiegarle. Paiono persino ovvie, tanto ormai sono parte della nostra vita.
Per chi non ha questa esperienza, tradurre questo “sentire” è difficilissimo, col rischio di scadere nell’enfasi o nella esaltazione mistica.
Da tempo, se qualcuno mi chiede di spiegare cosa è Lourdes... io rispondo che per capirlo, basta andarci. E ognuno avrà la propria risposta.
La mostra di Stefano Mesturini è come vedere Lourdes attraverso un caleidoscopio: schegge pillole, simboli, segni e ricordi dei mille aspetti che compongono questa inspiegabile eppure straordinaria e per me irrinunciabile realtà.
Maria Ausilia
Dama OFTAL - Hospitalier N.D.L.nte.

Ricordini di Lourdes


Per informazioni: Comune di Conzano - tel. 0142 925132
email : comune@comune.conzano.al.it

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